PERCHE’

Primo maggio SENZA PAURA a Lampedusa

Nel momento in cui a Lampedusa stava crescendo una forte opposizione alla militarizzazione dell’isola, il TAR Sicilia si pronunciava sull’illegittimità della costruzione del MUOS e i primi turisti cominciavano a prenotare la loro vacanza a Lampedusa, con un tempismo perfetto è stato riproposto il solito copione trito e ritrito, che ha avuto l’effetto di far ottenere nuovi finanziamenti alla missione Triton: 18.250.000 euro che si vanno ad aggiungere agli oltre 150 milioni nell’ambito del Fondo sicurezza interna per le frontiere e ai 30 milioni per l’emergenza migrazioni post ottobre 2013. L’ennesima strage davanti alle coste libiche ha rinnovato l’uso strumentale di Lampedusa da parte dei media e della politica, come ormai avviene peridodicamente da anni e con un’ accelerazione inquietante dal 2011. Un’ennesima strage davanti alle coste libiche ha rinnovato l’uso strumentale di Lampedusa da parte dei media e della politica. Alla solita sceneggiata si è aggiunto lo spauracchio dell’ISIS: un’organizzazione criminale creata da servizi segreti statunitensi ed israeliani, così come dimostrano varie fonti attendibili tra cui le foto del senatore McCain con il capo dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi. Anche Hilary Clinton ha dichiarato pubblicamente il sostegno da parte degli Stati Uniti a vari gruppi jihadisti, dall’Afganistan fino ad arrivare alla Siria.

La principale fonte che riporta i comunicati ed i video dell’ISIS, il SITE, è un’agenzia privata diretta dalla giornalista (ex militare dell’esercito israeliano) Rita Katz, che con il finanziamento di intelligence Usa e gruppi economici, filtra alla stampa il pensiero dei jihadisti e i cui commenti sono riportati acriticamente dalle agenzie di stampa di tutto il mondo (per chi volesse approfondirehttp://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=10598).

I giornalisti italiani, cosi come da anni raccontano una serie di falsità sull’isola di Lampedusa, danneggiando l’economia locale, allo stesso modo raccontano altrettante menzogne sull’ISIS e sulle sue presunte minacce terroristiche. In questo modo siamo tutti costretti a subire una condizione di paura che ci farà accettare, e in alcuni casi anche chiedere, interventi millitari e la militarizzazione dell’isola. Ci sono vari esempi su come la stampa abbia mentito spudoratamente: l’ultimo ed eclatante è l’uso di LERCIO (sito satirico) come fonte di uno dei quotidiani più letti d’Italia, «la Repubblica», per alimentare la paura dell’ISIS con palesi menzogne. Alcuni degi effetti più evidenti della disinformazione intorno alla questione dei nuovi “sbarchi” e dell’estremismo islamico, sono dunque stati il rifinanziamento di un’ennesima operazione militare nel Mediterraneo e la creazione di un clima di paura facilmente sfruttabie per riprogrammare e giustificare un nuovo e criminale intervento armato in Libia.

Per quanto riguarda a questione migratoria assistiamo così all’ennesima farsa, per cui l’Europa sembrerebbe non essere in grado di gestire diversamente un fenomeno che lei stessa, in realtà, contribuisce a rendere quello che è.

Bisogna drasticamente porre fine ad una politica economica di spoliazione, di impoverimento e di sfruttamento dei paesi di origine dei flussi migratori: il neocolonialismo provoca guerre, genocidi, crisi politiche che asservono interi territori agli interessi occidentali, provocando lo spostamento di milioni di persone e mascherando spesso il tutto con la copertura di interventi “umanitari”.

Si dovrebbe guardare ad una politica estera che riconosca la sovranità politica ed economica di territori che altrimenti vengono trasformati in nuove colonie controllate dagli interessi dominanti. Occorre superare drasticamente la logica perversa per cui i migranti – costretti a raggiungere l’Europa solo con pericolosi viaggi gestiti da organizzazioni criminali internazionali – sono destinati a diventare una massa subalterna e sfruttabile nel territorio europeo. È ormai imprescindibile che l’Europa ripensi totalmente un sistema perverso che alimenta la logica dell’emergenza, dello sfruttamento e della sottrazione di spazi politici sia dei migranti che degli stessi cittadini europei.

Una diversa normativa che superi gli accordi di Dublino e permetta di raggiungere normalmente i territori europei – per chi intende cercarvi lavoro o per coloro che si sottraggono a condizioni umanitarie critiche – eviterebbe l’assurdo ricorso ai costosissimi viaggi “irregolari”. Tutto ciò impedirebbe di alimentare l’enorme dispositivo emergenziale militare e amministrativo che, giustificato per gestire un’eccezionalità posticcia, è diventato negli anni uno strumento di controllo politico e sociale, oltre che un ingranaggio finalizzato ad estrarre profitti. Le ingenti risorse che in questi anni sono state assorbite dal complesso militare, dai Centri di permanenza, dalle ordinarie “emergenze”, potevano tranquillamente essere destinate a ben altro, a sostenere le economie che invece sono strozzate dalla finanza internazionale tramite la minaccia del debito.

La stessa logica che vuole pretestuosamente imporre la militarizzazione nella gestione delle migrazioni, è quella che militarizza la Val Susa e che sequestra un territorio come quello di Lampedusa, trasformandolo in una portaerei nel centro del Mediterraneo.

Da quanto appena detto rilanciamo l’esigenza di dare vita ad una lotta contro le servitù militari sull’isola di Lampedusa. La centralità strategica dell’isola impone di sviluppare un’analisi ampia che riceva l’appoggio e la solidarietà di un fronte di lotta altrettanto vasto. Da Lampedusa passa la possibilità di ribadire l’esigenza di una sovranità politica di un paese che è ormai succube dei voleri atlantici. I radar e le basi militari di Lampedusa sono un tassello importante di un mosaico di morte e di guerra che comprende anche il MUOS di Niscemi, Sigonella e le decine di basi disseminate sul nostro territorio. L’economia dell’isola, la sua popolazione, la salute dei suoi abitanti devono essere al centro di un percorso di lotta e di mobilitazione. Tale percorso deve vedere la partecipazione di quanti, nei propri territori, rilanciano con forza l’analoga esigenza di non soccombere ad un progetto di governance che sta provando a ridisegnare gli equilibri politici, sociali ed economici delle società europee e di cui il renzismo è, in Italia, il grottesco e asservito paradigma politico.

Questa nuova “strategia della tensione” crea da anni sull’isola una grave crisi, compromettendone gli equilibri economici e sociali. A fronte di medaglie, premi, onorificenze, commozioni televisive e lacrime di coccodrillo, i diritti fondamentali degli isolani (scuole, trasporti, salute, caro carburante, caro energia elettrica, acqua potabile, etc…) vengono sempre più negati. Riteniamo che tale processo sia finalizzato allo scoraggiamento della vita sull’isola, in modo da favorirne così un uso militare sempre più esclusivo.

Crediamo sia dunque fondamentale lanciare un appello da Lampedusa, per dare vita ad una giornata di lotta che dia un segnale forte e che costituisca un primo passo di un percorso che sappiamo essere lungo e articolato.

Trasformiamo il prossimo primo maggio in un’occasione per ribadire con forza:

  • il rifiuto della politica neocoloniale europea;

  • la ridefinizione radicale delle normative sulla migrazione con conseguente regolarizzazione dei “viaggi”;

  • il rifiuto delle strategie di militarizzazione dei territori;

  • il rifiuto dell’uso della paura come strumento per giustificare scelte politiche altrimenti inaccettabili.

Vogliamo che Lampedusa sia un’isola di pace e di dialogo, dove gli abitanti siano liberi di vivere e di autodeterminarsi decidendo liberamente le modalità di sviluppo della propria comunità.

Primo maggio a Lampedusa: per un Mediterraneo di pace e senza paura

collettivo Askavusa

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